C’è un link, su un telefono, che non verrà aperto.
L’ha mandato un figlio, giovedì sera, in coda a un vocale di quelli che si ascoltano mentre si sparecchia: «Mamma, prova questa cosa, è intelligenza artificiale, ti fa tutto.» Il vocale lei l’ha sentito tutto. Il link è rimasto lì, grigio, tra la foto di un nipote e il promemoria della farmacia. Domenica mattina, col caffè e il sole sui vetri, non le è tornato in mente. Non perché ce l’abbia con la tecnologia: WhatsApp lo usa più di voi. Solo che quel link non rispondeva a nessuna domanda che si fosse mai fatta davvero.
La conoscete. È una madre, una zia, un vicino, vostro padre. L’AI è ovunque. Tranne lì.
Io costruisco sistemi di intelligenza artificiale per aziende italiane: voicebot che rispondono al telefono, automazioni, flussi che devono reggere con persone vere, non con le slide di un convegno. E ogni volta che sento dire «adozione di massa», penso a quel link. Non è tenerezza: è la fotografia più onesta che ho di questo mercato.
Perché quel link siete anche voi. Lo chiamate go-to-market, onboarding, educazione del cliente. Ma il gesto è lo stesso del figlio: mandare qualcosa che a voi sembra ovvio a chi non vi ha chiesto niente, e poi stupirvi che resti lì.
In Italia l’AI non si adotta: si media, o non arriva.
Due Italie, lo stesso anno
Da una parte il mercato corre, e corre sul serio: l’intelligenza artificiale in Italia è cresciuta del cinquanta per cento in un anno[1]. Licenze, progetti, convegni con l’aria della febbre dell’oro.
Dall’altra, meno di due persone su dieci, tra i sedici e i settantaquattro anni, ha mai aperto uno strumento di AI generativa[2]. Siamo penultimi in Europa: dietro di noi, solo la Romania[2].
Non è una contraddizione da nascondere in fondo alle slide. È il punto. Voi vendete alla prima Italia, quella dei keynote e delle licenze. Ma chi userà davvero quello che costruite vive nella seconda, quella delle cucine, dove con l’AI non c’è ancora niente da spartire. E buona parte di chi oggi vende AI progetta per la prima fingendo che la seconda non esista: soluzioni per chi non ha ancora il problema, vendute con la faccia di chi sta salvando il mondo.
«Non ne ho bisogno»
Il racconto comodo è che gli italiani siano indietro, spaventati, da alfabetizzare. Comodo perché sposta la colpa sull’utente e lascia il pitch intatto.
I numeri dicono altro. Nel 2025 l’ISTAT ha chiesto a chi non usa l’AI generativa perché non la usa[3]. La risposta più frequente non è «non so come funziona». È «non ne ho bisogno»: quasi sei persone su dieci, in quel gruppo[3]. Chi ammette di non saperla usare viene dopo, ed è meno della metà[3].
Il blocco non è la competenza. È che non vedono a cosa serva. Il figlio non ha fatto niente di male a mandarlo, quel link. Ha solo pensato che bastasse. La domanda vera non era «come la convinco a provare l’AI», ma «che problema le risolvo, stasera». E non ce n’era uno.
Lo vedo a ogni progetto: la gente non aspetta un modello più potente. Aspetta un motivo. Finché non arriva, anche il software migliore del mondo resta un’icona in più sullo schermo.
Lo stesso vale in azienda. L’ottantuno per cento delle PMI dichiara di usare l’AI; una su quattro l’ha davvero messa nei processi[4]. C’è una bella differenza tra aver chiesto una cosa a ChatGPT e aver cambiato come si lavora. Una differenza che quasi tutto il mercato preferisce non vedere. Le altre hanno il loro link grigio: qualcosa che esiste, che hanno aperto una volta e che non è mai entrato nel lavoro di lunedì. E il costo, per quasi nessuno, è il vero ostacolo[4].
Mediare, non spedire link
Non serve un’altra slide sull’adozione. Serve un’altra domanda: a cosa serve, a chi, lunedì mattina.
L’AI che regge in Italia non chiede alle persone di diventare esperte di tecnologia. Si infila dove le abitudini già passano: il telefono a cui si risponde lo stesso, l’appuntamento che si prende come sempre, il professionista di cui ci si fida da una vita. Non si adotta: si media. Il figlio può essere il ponte, ma quel ponte deve portare da qualche parte di concreto, non a un’app vuota. Un voicebot che risponde quando lo studio è chiuso non chiede a nessuno di «usare l’AI»: chiede solo di essere ascoltato come si ascolta una persona.
È il criterio con cui lavoriamo: prima il problema, poi lo strumento. Non perché suoni nobile, ma perché è l’unico che abbiamo visto reggere quando l’utente finale non è un early adopter, ma tua zia.
Prima del prossimo progetto, tre domande:
- L’utente sente già il problema, o glielo state inventando voi?
- C’è un ponte tra il modello e chi quel link non lo aprirà mai?
- State misurando processi che cambiano, o licenze che si accumulano?
Il mercato può crescere del cinquanta per cento all’anno[1] e quel link, sul telefono della domenica, può restare chiuso. Sono vere tutte e due. Il punto non è decidere quale Italia abbia ragione: è smettere di progettare come se la seconda non esistesse.
Il vantaggio, nei prossimi anni, non sarà di chi ha il modello più potente. Sarà di chi sa per chi sta costruendo. Quelli non venderanno più AI: risolveranno problemi, e l’AI starà dietro, dove deve stare.
Gli altri continueranno a mandare link.
Fonti
- Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano (2025). Intelligenza Artificiale in Italia. Mercato AI ~1,8 mld €, +50% rispetto all'anno precedente; GenAI ~46% del mercato; 71% grandi imprese con almeno un progetto AI vs 8% PMI con progetti strutturati. Comunicato ufficiale
- Eurostat (dicembre 2025). Use of generative AI tools by individuals. Italia: 19,9% della popolazione 16-74 anni ha usato strumenti GenAI (media UE 32,7%); penultima in classifica, sopra solo la Romania (17,8%). Dati rilevati da ISTAT nell'ambito dell'indagine Cittadini e ICT. Scheda Eurostat
- ISTAT, Indagine Cittadini e ICT (2025). Tra chi non ha usato IA generativa: 59,9% «mancanza di necessità», 21,6% «non sa utilizzarla», 5,5% preoccupazioni privacy/sicurezza. Comunicato ISTAT · Testo integrale (PDF)
- Sibill / Astraricerche, indagine su 500 PMI italiane (2025). 81% dichiara di usare l'AI, 25% l'ha integrata continuativamente nei processi, ~33% uso occasionale; il costo pesa come ostacolo solo per il 6,6% (nodo principale: competenze). Sintesi su PMI.it